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Le Fiabe di Tempografico – Capitolo VII – Le Danze Della Pioggia

danze della pioggia giodo panoramaC’era una volta una vecchia legge sull’ambiente. Tutti gli schieramenti politici consideravano la legge in ritardo rispetto ai cambiamenti climatici, cosi’ decisero di disegnare una vera e propria riforma per vincere la grande sfida della siccita’.

In Parlamento furono organizzate numerose audizioni e un bel giorno qualcuno ebbe la brillante idea di chiamare a riferire dei vecchi indiani metropolitani per saperne di piu’ sulle danze della pioggia. Questi per l’appunto non erano indiani d’America ma simil-indiani residenti nelle case occupate in periferia. A loro la pioggia faceva solo paura poiche’ con le precipitazioni le mura dei loro sordidi appartamenti si infiltravano d’acqua.

Alla Camera furono allora chiamati dei veri indiani Sioux e Navajos, con tanto di seguito di graziose Squaw e purosangue. Loro avrebbero indicato la strada per far piovere ai parlamentari visi pallidi e squallidi.

danze della pioggia giodo indiani metropolitani

Rimasero un mese e piu’ a spese dei cittadini e quel mese coincise con una ripresa intensa delle pioggie. Poi venne la neve , gli aeroporti furono chiusi e gli indiani, per passare il tempo, fumarono il calumeth della pace con i nostri onorevoli, che erano ben contenti di aver scavallato il problema siccita’ grazie ad un oscuro rituale.

Finalmente torno’ il sereno e la delegazione di pellerossa fu accompagnata in aeroporto dal Presidente del Senato in persona, da loro soprannominato Scalpo Supremo.

Si torno’ a discutere della legge alle soglie della primavera. Le norme prevedevano corsi di formazione regionali per insegnare agli operatori ecologici le danze della pioggia. Ma anche su questo il Parlamento era diviso. Mentre il centrosinistra propendeva per il metodo Sioux, la Destra aveva adottato la danza dei Navajos.
Cosi’ nelle commissioni competenti ciascuno scimmiottava a modo suo i pellerossa in versioni edulcorate dalla tarantella o nobilitate da passi di valzer. Il fatto era che non pioveva piu’ e nemmeno gli antropologi che studiavano gli indiani nativi potevano essere d’aiuto.

Cosi’ furono richiamati i pellerossa per essere ripresi dalle telecamere nella precisa sequenza del rito. Si doveva decidere qual era la danza che avrebbe garantito piu’ acqua; quella e solo quella sarebbe stata adottata nei protocolli previsti dalla legge. I Sioux e i Navajos si esibirono a ripetizione in un numero infinito di varianti. Il dibattito ando’ avanti per giorni e giorni, mentre fuori aveva ricominciato a piovere a dirotto.

danze della pioggia giodo  fumando calumet
Le danze della pioggia furono oggetto di una nuova stagione ideologica. Secondo la Destra quelle dei Sioux erano comuniste perche’ loro avevano sterminato il generale Custer e le sue truppe a Little Big Horn. Il centrosinistra invece tuonava contro i Navajos, che a loro parere erano in combutta con i peggiori speculatori di Wall Street. Intanto nel Paese non smetteva di piovere; l’effetto domino delle danze riversava le sue masse d’acqua nelle grandi metropoli, nelle campagne e perfino sui passi montani invalicabili. L’innalzamento delle acque marine provoco’ alluvioni, frane, smottamenti ed un numero imprecisato di tsunami; la discussione in Parlamento fu allora interrotta.

I capi di Sioux e Navajos furono nominati senatori a vita; fu l’unico modo di fermarli perche’ non smettevano piu’ di volteggiare fra un trionfo di piume e lanci di Tomahawk. Qualcuno allora invoco’ il Mose’ biblico, ma non ci fu traccia di segni divini. Il Paese allora si rimbocco’ le maniche e tutti gli uomini di buona volonta’ che, malgrado i politici, non erano pochi, procedettero alla lenta e faticosa ricostruzione.

danze della pioggia giodo temporali

Le Fiabe di Tempografico, Capitolo VI: Politicino

C’era una volta un Onorevole piccolo piccolo. Era piccolo piccolo fisicamente ma lo era ancor di piu’ moralmente. Cio’ voleva dire nella realta’ che la sua statura morale rasentava il suolo e uomini piu’ onesti, e dunque non Onorevoli, gli avevano piu’ di una volta consigliato di sotterarsi per vivere fra i suoi simili esseri del sottosuolo. Continua la lettura di Le Fiabe di Tempografico, Capitolo VI: Politicino

Le Fiabe di Tempografico, Capitolo V: Il Senatore Pannolino

Il Senatore Pannolino

C’era una volta un senatore vecchio vecchio, vecchio forse quanto lo stesso Parlamento. Era un uomo da sempre abituato al compromesso e le tante rughe che abitavano la sua fronte erano espressione del numero di legislature in cui aveva calcato la scena della politica. Egli ne andava a fiero e arrivava a chiamarle: “gli anelli dell’albero della mia vita”.

Il senatore era da sempre stato ispirato ad una condotta misurata, senza particolari sussulti. Fu per questo che suscito’ un certo scalpore la presentazione di un suo personale disegno di legge sul rimborso dei pannolini. Dalle tribune politiche televisive egli aveva arringato le folle per spiegare l’impatto del costo dei pannollini sul bilancio di una famiglia con tre figli. “Una tassa assurda ed intollerabile” aveva tuonato il senatore con toni da predicatore del deserto; “e’ ora di mettere fine a questo scempio”.

Fiabe di Tempografico (c) 2011 Mabuse, Illustrazione Giodo

Nessuno avrebbe mai creduto che la sua proposta avrebbe raccolto le firme di tutti i senatori e di oltre sei settimi dei deputati, eppure ando’ proprio cosi’ perche’, direte voi, cosi’ va il mondo. Ma a qualcuno questa maggioranza bulgara modello Lines puzzava e non poco. E come dargli torto? Confrontando l’eta’ anagrafica media dei parlamentari ci si accorse, non senza meraviglia, che il Paese era una democrazia gerontocratica. I politici erano quasi tutti dei matusa, a volte anche piu’ dello stesso senatore pannolino – il nomignolo se l’era guadagnato con facilita’ – che ai piu’ pareva esser diventato parlamentare nella lontana alba dei tempi, quando per votare si doveva incidere la pietra. Dal medico curante del senatore si ebbe poi conferma che questi era affetto da incontinenza senile, cosi’ come tanti dei suoi colleghi che il clinico aveva in cura. Cosi’ e’ se vi pare dunque; tutto era chiaro, ma fu lo stesso senatore a rivelare in diretta al mondo intero che il suo gesto nobile era in verita’ un modo per tutelare, come se ce ne fosse ancora bisogno, il suo consistente gruzzolo investito in un paradiso fiscale.

Quella mattina la proposta doveva essere approvata dall’aula e il senatore, in qualita’ di relatore del provvedimento, era iscritto a parlare. Non si sentiva molto bene; il suo volto stanco e terreo lo rivelava oltremodo. Poi, durante la sua allocuzione, l’attenzione di tutti fu dirottata sul fuggi fuggi fra i suoi vicini di banco. Il senatore quella mattina si era dimenticato di mettersi il pannolino. Quando se ne accorse era troppo tardi perche’ il Transatlantico fu quasi sommerso dal suo fluido vitale. Questo portento – oltre allo sgomento e alle sensibili misure di profilassi decise dal Palazzo – provoco’ il naufragio della sua proposta di legge per assenza del numero legale. Oggi il prezzo dei pannolini e’ andato alle stelle cosi’ come il suo venerando senatore, che non ne avra’ piu’ bisogno.

Le Fiabe di tempografico. Capitolo IV – Il Senatore che pettinava le bambole

Il Senatore che pettinava le bambole

C’era una volta un vecchio Senatore.
Era già stato capogruppo, sottosegretario, Vice Ministro e Ministro; aveva aspirato perfino alla Presidenza del Consiglio ma senza mai riuscirci…
Ora si trascinava per i banchi con indolenza; lo sapevano tutti che era ormai a fine carriera e che raramente lo avresti trovato in aula.
Preso dalla malinconia il Senatore si dava a lunghe passeggiate per la città. Una volta lo ritrovarono in una zona di periferia che si era perso e qualcuno cominciò a manifestare perplessità sui suoi orizzonti di vita futura.
Ma quella mattina il Senatore aveva bisogno di silenzio ed aria pulita. Così si fece accompagnare in macchina dall’autista in un grande parco situato a poca distanza dal centro città.
Lo passeggiava in lungo e in largo per trovare armonia, guardando con invidia gli sfaccendati praticanti di footing e le colf che portavano i bambini a giocare nella radura soleggiata.
Gli si avvicinò una bimba di 5 anni intenta a giocare con la sua bambola bionda e scarmigliata. La bambina, rivolgendosi proprio a lui, disse: “Mi aiuteresti a pettinarla?”.
Il Senatore, malgrado l’età veneranda, aveva ancora molti capelli e portava sempre con sé il suo stagionato pettine d’osso. “Ma certo, rispose; ecco guarda è semplice, basta non chiedermi di fare le treccine”.
E così aiutò la bimba nel suo intento e lei gli sorrideva perché non gli pareva vero che un vecchio come lui potesse dedicare del tempo alla sua bambola inanimata.
Qualche giorno dopo il vecchio tornò al Senato. Aveva una luce nuova negli occhi, come se all’improvviso avesse ritrovato una qualche motivazione. Prese la parola durante il question time e, nel bel mezzo della sua interrogazione al Ministro dell’Interno sulla sicurezza nei parchi pubblici, tirò fuori una bambola nuova di zecca e cominciò a pettinarle con foga i riccioli dorati.
Il Presidente della seduta richiamò il Senatore a tenere un contegno consono al momento istituzionale. La risposta fu immediata e suonò più o meno in questi termini: “Presidente sono mesi che mi dite che non faccio più nulla, che mi accusate di passare il tempo a pettinare le bambole. Ecco, vedete, volevo riconoscere che è vero; e vi dico anche che la cosa  mi rilassa e che mi sento rinascere”.
Per molti pettinare le bambole era sinonimo del dolce far nulla. Ma il Senatore non la intendeva in questo modo.
Il fatto è che in poco tempo dalle bambole passò ai suoi colleghi. Si aggirava per i corridoi presso il Transatlantico pettinando uomini e donne dell’opposizione dalle capigliature folte e vaporose.
Qualcuno disse: “Meno male che il Presidente del Consiglio è calvo, altrimenti come avremmo potuto fermarlo?”. 
Un bel giorno  ebbe termine  la legislatura e il Senatore non fu più ricandidato.
Qualcuno dice che, per non andare in pensione, si trasferì in Cina per lavorare in una grande fabbrica di giocattoli; qualcun altro racconta di averlo visto tentare di pettinare i clown al circo.
Nessuno sa in realtà dove si trovi.
Ma intanto, in Parlamento, maggioranza e opposizione continuano a pettinar bambole.

Le Fiabe di tempografico. Capitolo III – Il Re che perse la Repubblica

Il Re che perse la Repubblica

C’era una volta un Re che viveva in una Repubblica.
Più di una persona nutriva il dubbio che potesse esistere un Re in una Repubblica, ma si viveva in un tempo in cui la politica era ancora un groviglio confuso di idee e chiunque poteva chiamarsi Re, tiranno, oligarca, satrapo, diadoco o nomarca e nessuno ma proprio nessuno avrebbe avuto da ridire.
Il Re aveva una corona tutta d’oro e si faceva portare in giro su un trono molto più vasto di lui, anche quando il sole era accecante e a picco sulla città.
Un bel giorno la Repubblica cadde da un dirupo costituzionale e il Re fu di nuovo Re per davvero.
Scrisse una Costituzione di cioccolato per dire che era sua volontà che la gente mangiasse tutti i giorni per rimanere più mansueta possibile. Poi rimosse il Senato e ne nominò uno nuovo di zecca il cui unico compito era quello di organizzare sfilate di moda. Infine si recò alla Camera per dire che quella era la camera in cui avrebbe vissuto, mandando a casa gli Onorevoli che avevano disonorato il Paese.
Un bel giorno però, da molto lontano, qualcuno disse che il Re avrebbe dichiarato guerra al mondo intero e che serbava nel suo Palazzo un segreto militare che avrebbe sconvolto la galassia.
Il Re, che a malapena aveva coscienza della carta geografica della terra, disse che erano tutte bugie e che la pace era la priorità del suo regno.
Ma tutti i giornali e le televisioni del mondo parlavano dell’arma segreta e dipingevano il nostro ignaro Re come un uomo bieco e pronto a sottometter tutto l’orbe terracqueo alla sua volontà.
Una mattina il Re, che aveva dormito assai poco e con soverchia preoccupazione, aprì la finestra. Il cielo era nero nero, ma non per le nuvole; era interamente occupato dalle ali dei bombardieri, che erano lì lì per sganciare ordigni di morte. Il Re si precipitò al Senato, ingiungendo ai Senatori di interrompere in men che non si dica le sfilate di moda e proclamare immediatamente la Repubblica.
Allora la Repubblica venne proclamata e i bombardamenti  subito interrotti.
Ma al Re non rimase che l’esilio in una terra lontana e senza una precisa forma di Governo.
Il Re aveva perso la Repubblica e anche sé stesso.

Le Fiabe di tempografico. Capitolo II – Il Presidente delle barzellette

Il Presidente delle barzellette

C’era una volta un Presidente. Era uno di quei Presidenti duri a morire, di quelli che il consenso lo guadagnano giorno dopo giorno, parlando in televisione di grandi progetti, ideali irraggiungibili che fanno sognare la gente comune, quella che invece tira a campare con pochi danari. Il Presidente amava ridere e, pensando di attirare l’attenzione sempre su di sé, raccontava barzellette in ogni dove. Le narrava con trasporto, con espressione convincente, anche se non capiva se gli astanti facevano finta di ridere perché lui era il Presidente. Andava all’estero e si sforzava di tradurre le sue storielle in lingue esotiche. Non capiva che quelle stesse storie avrebbero offeso un emiro, un comandante sudamericano o un Mandarino. Proprio non ci faceva caso perché pensava che il suo Paese fosse davvero il centro dell’universo e Lui, il Presidente, l’uomo che avrebbe fatto la storia, quella con la S maiuscola. Un bel giorno, nel corso di un vertice fra Presidenti grandi più di lui, incontrò lo sguardo di una sua pari grado, una donna bellissima di un paese lontano da cui il suo importava tutta l’energia per mandare avanti la baracca. Il Presidente fece una battuta infelice e la sua pari grado lo guardò torva, offesa dall’audacia del collega che mai e poi mai avrebbe immaginato la sua fine incombente. Tornato a casa il Presidente apprese che quel Paese avrebbe tagliato le forniture energetiche; il tutto in pieno inverno, dinanzi a quel sole pallido che timidamente fendeva le nuvole. E il buio fu più buio e fiat lux era ormai solo una preghiera nei luoghi di culto. Il Paese fu presto in ginocchio e questo non era più uno scherzo. Ma il Presidente, rimasto a bivaccare nel palazzo in una stanza completamente buia, così si rivolse ai suoi collaboratori: “Da oggi giocheremo solo a mosca cieca”.