Berlusconi: “Canterò sex bomb a Tripoli con Ruby e Gheddafi”. E’ questa la bomba intelligente

L'Italia ripudia la guerra e promuove la canzone

Si parla di bombe intelligenti, con La Russa che si sbraccia e si contorce a significare la profonda differenza fra gli ordigni italiani e quelli di tutti gli altri Paesi. Poi, in serata, la precisazione: le bombe italiane saranno esclusivamente canore. Berlusconi, assieme al fidato Apicella, sta per recarsi in visita non ufficiale a Bagdad. Scortato dalle sue escort, il Premier si esibirà in una kermesse di successi senza tempo, da “Senza fine” a “Pensieri e parole” per poi giungere al clou della serata. “Sex bomb”, nel quale il Cavaliere sarà accompagnato da Ruby. Ecco dunque spiegato il mistero delle bombe pensanti. L’Italia ripudia la guerra, è scritto nella Costituzione, e Berlusconi per una volta questa benedetta Carta intende rispettarla. Come dargli torto? Rientrata quindi la crisi con la Lega che con Bossi ha definito “geniale e creativa la mossa del Presidente del Consiglio”, che ha poi aggiunto: “Irridere alla guerra con il sesso può farlo solo chi ha la classe di Silvio”. La notizia bomba è rimbalzata per non dire esplosa al Palazzo di Vetro dell’ONU. Apprezzamento è stato espresso dal segretario generale della Nazioni Unite Ban-Ki-Moon, che ha parlato di “un Berlusconi che ha finalmente smesso di fare l’elefante in una cristalleria”.

Quali sorprese nell’uovo di Pasqua dei politici?

Nelle uova come in politica se ne vedono di tutti i colori

Ecco cosa troveranno alcuni leader italiani e mondiali nell’uovo di Pasqua nel giorno di Pasqua e allora buona Pasqua e siate felici come una Pasqua

Berlusconi troverà una Ruby gonfiabile per smettere di parlarci al cellulare

Fini un palazzo di Montecarlo in miniatura per sapere dove andrà in esilio

Sarkozy troverà un permesso di soggiorno in Libia che fra non molto potrebbe servirgli

Putin una mela cecena avvelenata che prima o poi dovrà mordere

Obama un kilim afghano sui cui fare le sue preghiere per le prossime elezioni

D’Alema  i pensieri di Mao per ricordargli di dire ogni tanto qualcosa di sinistra

Di Pietro troverà un trattato sull’uso del congiuntivo, ma non lo leggerà per paura di beccarsi una congiuntivite

Veltroni un film di Nanni Moretti ma anche uno dei Vanzina

Gheddafi troverà un pupazzetto di Berlusconi per farci il vudù

Bondi un plastico di Pompei restaurata

E Angela Merkel troverà un bond greco a scadenza centennale che non incasserà mai

 

Buona Pasqua a tutti da tempografico

 

Foto di JoshBerglund 19 tratta da www.flickr.com

 

L’alfabeto di Di Pietro comincia dalla Z. Tema scritto alla Camera sullo zuzzurullone

Antonio Di Pietro: quando non andava ancora a scuola

Antonio Di Pietro sta prendendo ripetizioni di italiano. Per il suo insegnante è praticamente Mission Impossible, ma l’ex pm di Mani Pulite è persona di raro coraggio. Ama le cose fatte all’incontrario e l’alfabeto per lui comincia dalla lettera z. Tempografico ha scovato il suo temino sullo zuzzurullone e lo pubblica senza emendamenti.

Camminando per Zara zufolando l’opera Zelmira mi imbattei in uno zuzzurullone che si ingozzava di uno zugo. Io che rimpiangevo lo zapponare vidi in quello zuzzurullone lo zampino del Cavaliere. Era un essere zazzeruto e zaccherone che gustava zabaione zuccherato oltremodo. Gli consigliai lo zafferanno ma lo zuzzurullone faceva lo zalofo. E zaffe, lo azzannai sullo zamberlucco. Lui aveva come moglie una giovane zambracca che vendeva burro fatto con la zangola. Lo zuzzurullone poi, da buon zanzero, suonava la zampogna mentre collo zappacavallo arava il terreno; poi giocava a zara facendosi pizzicare dalle zanzare sulle esili zanche. Per traversare il fiume usava uno zatterone da cui gettava sua moglie come zavorra. Gli dissi: non rompere gli zebedei perché di Silvio tu figlio sei”. Lui allora si faceva zelante e parlava con una leggera zeppola, coprendosi con un sottile zendado ed esclamando: “Non sono zerbino col Cavaliere ma solo zero perché lui mi rimprovera con uno zezzio”. Poi, indossato lo zinale,  mi offriva il suo zibaldone e lo zibibbo, che provoca la zimasi, mentre le zanzare si esibivano nello zillare. Io sentivo freddo ed indossai la zimarra diventando lo zimbello del paese ovvero il tordo che zirla. Sua sorella era zitella ma un po’ zoccola  e lui la zittiva seminando zizzania e accendendo il fuoco con uno zolfanello. Lo zuzzurullone sembrava allora uno zombie che andava a zonzo zoppicando nella zona dello zoo. Disse: “Silvio è uno zotico zozzone e c’ha pure  l’herpes zoster”:

Esce il primo film con Ruby Rubacuori: “Non ci resta che Tangeri”.

La controfigura di Ruby nei budelli di Tangeri

Un film non si nega a nessuno tanto meno ad un’avvenente diciottenne qual è Ruby Rubacuori, l’amata immortale del Cavaliere. Il film segnerà un ritorno al Medioevo, al tempo dell’avanzata dell’Islam in Europa. Con “Non ci resta che Tangeri” il cinema trash muove i propri tentacoli in Nord Africa, dove rivoluzioni reali sono in atto. Ma, fanno sapere dalla produzione, il film è stato girato in Spagna intorno a Granada. La paura, si sa, fa novanta, e nessuno vuole sbattere le corna su qualche focolaio di rivolta. Producendo questo film Berlusconi spera che finalmente Ruby si renda indipendente da lui. Dato il successo che il film avrà, il regista Peter Escort prevede già un prezioso sequel: “Arcore a Casablanca”. “Non ci resta che Tangeri” verrà presentato al prossimo Festival di Venezia. Così, una città che in passato ha conosciuto l’aggressività dei Mori, oggi si deve arrendere alla pervicacia di Mora. Non è molto contento Emilio Fede: “Avrebbero dovuto offrirmi una parte”. Ma critico è anche Antonio Di Pietro che parla di “cinema ad orologeria, rimbambente al minimo e lobotomizzante al massimo nonché pieno di refusi di montaggio e piani americani errati perché si fermano alle cosce”. Più specifiche le osservazioni di Walter Veltroni, che da giovane voleva fare il regista: “Ci sono errori di montaggio ma anche di fotografia. Ruby poi è una cattiva attrice ma anche buona quando, ancora imberbe, viene sequestrata dai barbari berberi”. Secondo il critico  del Corriere della Sera il film è solo “un saggio sull’arte del palpeggiamento fine a sé stesso, proprio quello che aveva luogo nei festini di Arcore”.

Dopo il film sul Papa di Nanni Moretti esce “Habemus Pappam” di Lele Moretti.

“Habemus Papam” di Nanni Moretti è una sapiente operazione di marketing. Il film è uscito nelle sale proprio in questi giorni,  mentre a Roma fervono i preparativi per la beatificazione di Karol Woityla. Ma la risposta del cinema trash non si è fatta attendere e un regista sconosciuto, tale Lele Moretti, si è ispirato al suo omonimo per un film sulla vita e le opere di un uomo che non sarà mai beato: Lele Mora. In “Habemus Pappam” vengono messi a nudo gli scompensi emotivi del sospettato mezzano d’alto bordo. Mora viene descritto come un depresso cronico, che percorre per ore e ore la via Olgettina, con il suo smartphone altisonante di canti fascisti e di visionarie immagini di Leni Riefensthal. E così, invece di Cardinali che giocano a pallavolo, nel film si vedono ragazze che inventano una nuova disciplina olimpica: palleavolo (qui la censura è d’obbligo). E poi nel film, l’odiato Lele si trasforma in un incompreso, lui così profondo pensatore, immerso fra i saggi di De Gobineau e i romanzi di Céline, perché lui e soltanto lui può giungere al termine della notte di Arcore, che è poi anche la notte della nostra Repubblica. “Habemus Pappam” si rivela così un’opera molto più profonda e spirituale del corrispettivo film sul Papa depresso, perché parla a tutti in maniera vibrata di come in Italia i vibratori abbiano più potere della Corte Costituzionale. “E’ un film pieno di vibrazioni” ha detto il regista, che si è voluto nascondere dietro una maschera di Groucho Marx. Si prevede un tutto esaurito nelle nostre sale e un grande successo anche all’estero. Così la prima assoluta è stata organizzata a Helsinki dove però l’accoglienza, complice la temperatura, è stata piuttosto fredda.

Immagine di striderp64 tratta da www.flickr.com

Il corsivo di Lello Ballista: “Sono un misscredente dunque amo le Miss di Arcore”

Ecco Lello Ballista ma non è lui

Sono Lello, di professione ballista che mi pagano pure per leggere le mie scemenze, come se il sole non sorgesse né tramontasse ogni giorno e il medico si levasse finalmente di torno. Lo sapete che mai morirò quindi rassegnatevi al fatto che i posteri dovranno continuare a scorrere le mie righe che vorrei scrivere ritorte e ricurve perché concavo e convesso è il mio intelletto a seconda di dove è posizionato lo strumento di indagine clinica. Io non credo a nulla ed è per questo che mi piace raccontare storie, come quella di Fini che ha una casa a Catalafimi o quella di La Russa che si è beccato l’influenza russa lasciando quella suina a Ferrara o un po’ a tutti i politici prosciuttoni. Oggi mi sposo ma in comune cioé con qualcuno ma non in Chiesa perché sono credente e al tempo stesso misscredente ovvero credo nelle Miss di Arcore, quelle dalle gambe affusolate, geneticamente concepite per ancheggiare ed essere palpate con aggressiva dolcezza. Sono andato a casa di Silvio e c’era Mora poi Moric e il generale Mori, quello sotto processo, e pure Claudia Mori che c’ha quel marito che sul Cavaliere vive qualche prurito. Domani vado a Lampedusa e attendo sulla spiaggia, prendo il sole alla faccia di tutti poi canto la Cavalleria Rusticana e vado a pranzo con Lola fidanzata di Otello, anche se mi dicono che è un’altra opera. Ho parlato con Giuseppe Verdi, lui era Senatore, e gli ho chiesto un emendamento sul Fondo Unico dello Spettacolo, ma ci penserà il maestro Muti mentre noi riverseremo le nostre note tutte col bemolle sul Presidente della Repubblica perché difenda la nostra Italia. E poi chiamo Di Pietro per insegnargli qualche scioglilingua perché lui è la capra che campa anche sotto la panca e mi  fa tanto ridere. Ho anche parlato con Nanni Moretti del suo nuovo film sul Papa depresso, come se fosse una novità che Benedetto XVI è più triste di Benedetto Della Vedova, con cui ho dialogato di recente che anche lui forse vuole lasciare Fini e glielo dirà proprio a casa sua a Catalafimi che manco so dov’è e a casa non ho l’atlante dunque me lo vado a vedere su Internet se Dio ha deciso di far funzionare il WI-FI o sono nei guai.

Maroni a Berlusconi: “Passare dal Governo del fare al Governo del mare”

Ecco l'ultima diavoleria gonfiabile giunta nel porto di Pantelleria

Bobo Maroni non è solo il nostro Ministro dell’Interno. E’ un leghista della prima ora, un uomo che ha vissuto sulla propria pelle le immense pianure di mais, nebbia e prosciutto crudo. Lui, padano fulgido e cosciente del propria razza, non ne vuole sapere di essere confuso con il feroce Saladino, con tutta quell’Italia del sottosviluppo e dell’economia sommersa che fa del lassismo e delle maglie larghe il credo della propria misera esistenza. E di questa storia degli sbarchi di migranti ne ha piene le tasche, pur nel suo orgoglio confessionale vetero-cattolico che fa della tolleranza un’arma talmente potente da aver costretto la Chiesa, dopo secoli di traversie, a rinunciare alle Crociate. Ed è successo anche a lui: ha preso carta e penna e scritto al Premier una lettera breve, brevissima, proprio perché conosce la scarsa capacità di concentrazione dei despoti, di quelle persone che a malapena sanno ascoltare i propri più devoti e sciocchi accoliti. “Caro Silvio” dice nella lettera il Ministro dell’Interno; “so che nella vita hai fatto tanto e che cotanto fare ti ha portato a definire il nostro Governo come quello del fare ma non pensi che, con tutti questi barconi che assaltano la nostra costa, non dovremmo passare al Governo del mare? Voglio perfino venire incontro ai partenopei e riconoscere che questo è il Paese del mare. Sono pronto a rinunciare al pastone dei nostri maiali purché questo mare nostrum sia davvero tale e che in quanto tale si possa e debba governare”. Non si è fatta attendere la risposta del Premier, che ha dettato al fido Bonaiuti un’altrettanto breve e chiarissima missiva: “Bobo, sono già in un mare di guai; non rompere le palle anche tu o ti scateno contro il Pool di Milano. Hai capito? Grazie. Tuo Silvio”.

Berlusconi e la villa a Lampedusa. “Non la compro perché è costruita sul suolo pubblico”. Dunque è già sua

Sulla villa di Lampedusa un nuovo psicodramma governativo

Silvio Berlusconi non compra la villa di Lampedusa. I tecnici del demanio gli hanno spiegato che è costruita sul suolo pubblico. In pratica la villa è già dello Stato. E, ammettendo che lo Stato sia del Premier, la villa sarebbe già di sua proprietà; inutile quindi spenderci dei soldi. Di Pietro si è prenotato per una vacanza: “Se la villa è di tutti voglio passarci un pò di tempo per poter parlare con i lampedusani, anche se entrambi avremo bisogno di ottimi  intepreti”. La villa sarà verosimilmente rimessa a nuovo e diventerà la residenza estiva del Presidente del Senato Schifani, siciliano di nascita, che ha il pallino per la pesca subacquea. Berlusconi intende confinarlo a Lampedusa per dirigere il flusso di immigrati. “Anche lui ha avuto i suoi problemi quando è arrivato a Roma. Ora gli tocca rivivere quest’esperienza dall’altro lato della barricata”. Ma i Lampedusani non vogliono Schifani. Tifano tutti per la Carfagna: “Mara rilancerà l’immagine dell’isola e di ogni suo uomo, che è a sua volta un’isola” avrebbe detto Andrea Camilleri, parafrasando il sommo bardo John Donne.  Il Ministro Maroni dal canto suo ha dichiarato: “L’Italia ha bisogno di un nuovo Risorgimento.  Un tempo vendemmo Nizza alla Francia in cambio di un aiuto  contro gli austriaci. Perché allora non vendere Lampedusa alla Libia così da dirottare i migranti su Malta?”. L’idea balzana poteva venire solo ad un leghista che, si sa, non prende voti in Sicilia. Cosa avrebbe detto se si fosse trattato di Courmayeur o di Livigno? Lo sa solo Umberto Bossi, che quest’anno ha suggerito al figlio di andare in vacanza sulla striscia di Gaza perché, secondo il Senatur, “dobbiamo andare avanti come dei kamikaze e, in questa prospettiva, abbiamo molto da imparare da Hamas”.

Immigrazione: visto a vista per i Libici. Chi s’è visto c’ha il visto

L’Italia e’ generosa si sa, e lo e’ fuor dell’uso soprattutto a Lampedusa. Le idee non mancano ai nostri governanti, lampi che tolgono disumanita’ ai raccapriccianti propositi dell’accoppiata Borghezio/Marine Le Pen. Ne valeva la pena di sentire qualche astruso Ministro proporre il visto a vista. I libici che sbarcano a Lampedusa non hanno documenti; si ignora perfino se son libici o valacchi ma non importa. Cio che conta e’ che chi s’e’ visto c’ha il visto. Perche’ il visto italiano e’ proprio quello dei visionari. Come potrebbe essere altrimenti nel Paese che ha dato i natali a Leonardo e a Piero della Francesca, pittori purtroppo ignoti a Gheddafi? Ma chi l’ha visto questo visto a vista? Nessuno. Non c’e’ ne’ timbro ne’ marca da bollo, ma e’ sufficiente l’occhiolino del poliziotto di turno oltre a una sua solenne esclamazione: “T’ho visto”. I libici non capiscono un granche’ perche’ non vivono nel mondo delle fiabe, ma vedere in faccia quelli che gli danno il visto sara’ loro sufficiente per sentirsi a casa? Hasta lo visto.